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Il figlio di Aton

Ombra

Fece scorrere le mani lungo la sua schiena, i pollici saggiarono il profilo delle sue vertebre partendo dalla cervicale, lentamente, gustandone con cura ogni curva attraverso la carne, nella consistenza delle fasce muscolari, e la pelle morbida che ora profumava di olio, lavanda e limone. Era proprio quell’essenza di lavanda che si mescolava alla calda luce soffusa delle lampade di sale a dare a Sonia un senso di tranquillità, consentendole così di rilassarsi, almeno fino a quando lui non arrivò all’altezza dei reni. Il corpo della ragazza si irrigidì, facendole inarcare leggermente la schiena e Samuele si fermò in quel punto esattamente quando un gemito sommesso e stretto tra i denti le sfuggì.

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Sole d’inverno

Sole d'inverno

Il traffico mattutino del sabato era irritante come al solito, non meno degli sproloqui che spizzicava camminando tra i banchi del mercato, lungo le vie gremite di persone. Un vociare assordante, sovrastato dagli strilli di qualche venditore. Le tempie avevano preso a pulsare, un po’ per la morsa del gelo, un po’ per l’ambiente che la circondava opprimendola. Era stata costretta a uscire per non sentire il ritornello ansioso della madre, tuttavia, non era più sicura di quale fosse la tortura peggiore. Deviò dalla via principale, incamminandosi in una stradina secondaria per rintanarsi in un piccolo bar aperto da poco. Read more

Deadly game

Deadly game cover

Stanco di aspettare, mi incammino con passo fin troppo deciso e scendo le scale che portano in cantina, o meglio, a quella che una volta era la cantina. Da sei mesi a questa parte è diventata il suo laboratorio personale, del quale mi ha illustrato tutto, nome e utilizzo di ogni singolo oggetto. Risultato? Me ne ricorderò forse tre in croce, quelli che gli ho visto usare di più e che, quindi, si è ritrovato a spiegarmi diverse volte. A due metri dall’ultimo gradino ha fatto costruire una parete, per maggior sicurezza dice; chissà perché non ne sono troppo convinto. Apro la porta senza bussare, al diavolo le buone maniere! Mi sono stufato di stare ad aspettarlo come uno scemo, dato che tanto per cambiare è in ritardo.

Mi appoggio allo stipite e resto a fissarlo. Faccio sempre questo maledettissimo errore e il mio cervello, assieme a quel briciolo di buon senso che di solito ho, se ne va in poltiglia. Read more

La tela del ragno

La tela del ragno

«E se il paradigma platonico delle due realtà fosse errato? Se non esistesse un ponte che le collega?» gli chiesi intenta a fissare il movimento della sua mano.

Le dita carezzavano piano il gatto siamese accoccolato sulle sue gambe e ondeggiavano per seguirne le forme, creando un movimento ipnotico. Tutto in lui riusciva a esprimere leggerezza in un contrasto disarmante con la fermezza che trasudava il suo sguardo, duro e fiero.

«Lo è, infatti».

«E cosa te lo fa credere?»

Quegli occhi grigi e imperscrutabili mi si piantarono addosso, come fosse un animale che finalmente aveva affondato i denti nella preda designata. Read more

Come back

Wolf & Rid cover

Camminava sul marciapiede lungo il viale della stazione, con una marcia sostenuta che faceva picchiettare i tacchi sul porfido. Nonostante il piano dissestato e del terriccio tra le fughe, non mostrava incertezze e ostentava fierezza, col mento alto e lo sguardo puntato diritto davanti a sé. Erano passati sette anni dall’ultima volta che era stata lì, se ne era andata senza niente, o meglio, soltanto con le cose che era riuscita a infilare nel borsone, eppure anche allora tenne la testa alta, ricacciando indietro le lacrime che cercavano di pizzicarle gli occhi. Sorrise.

“In tutte le storie, quando lei ritorna è una donna del tutto diversa, realizzata e sofisticata”.

Scosse il capo e il sorriso divenne un ghigno strafottente, perché lei se ne era andata proprio per non cambiare, per non doversi adeguare al volere di altri, ai pregiudizi, alle convenzioni di un paesino qualunque. Strinse il manico della valigia nera coi profili argentati che si trascinava dietro, con aerografato sul davanti un drago di fuoco, molto simile a una fenice, e la scritta “Fire’s Kiss”; si aggiustò la tracolla della custodia che portava sulla spalla sinistra. Read more

X-rist

Il Regno di Agartha di Chiara Casalini

Questo racconto è basato sulla mia ambientazione per un GdR, Il Regno di Agartha, che comprende la trama per un romanzo.

 

Una stringa di codice attirò l’attenzione dell’Agarthiano, che saltò sulla sedia. Avvicinò la faccia allo schermo di hackeraggio della T-rist con gli occhi sbarrati.

«Cazzo!» Le dita scivolarono veloci e tremanti sulla chiave di Dirjod corrotta, attivando la connessione protetta. «Quelli della Rekkap si stanno muovendo, hanno individuato la sede di Letir».

La voce concitata del ragazzo riecheggiò nella stanzetta deserta scavata nel sotterraneo del palazzo. Era tra i più giovani reclutati dai Borglar, ma il migliore quando si trattava di violare i controlli della matrice del Concistoro.

«Ottimo Kiel, voi siete ancora coperti?» gli chiese la voce dall’altra parte.

Il giovane restò in silenzio. Read more

La nostra casa

Immagine di "icheinfach" da Pixabay

Questo racconto è collegato a “Inferno e paradiso”.

 

Kyle stava camminando lungo la strada sterrata appena fuori dal centro abitato, in braccio teneva un corpo immobile e abbandonato, coperto da un telo grigio consunto, che ne celava in parte il volto.

Avevano dovuto dividersi dopo l’incursione al centro di controllo e non aveva voluto sentire ragioni: Dan doveva restare con lui e poteva protestare quanto le pareva. I fatti gli diedero ragione, se non l’avesse accompagnata i cadaveri dei compagni sarebbero stati tre, invece di due. La granata al plasma si era attaccata a Flint e quella stupida aveva avuto la brillante idea di provare a staccargliela di dosso. Il giovane era andato in mille pezzi davanti a loro, dopo che l’aveva presa e allontanata di peso. Con una testata sul naso era riuscita a fargli mollare la stretta ed era sgusciata via come un gatto, scattando verso i due compagni. Jake era rimasto pietrificato a fissare la luce intermittente dell’ordigno, nonostante gli avesse urlato e ringhiato di scappare. Read more

Inferno e paradiso

Immagine di "icheinfach" da Pixabay

Un boato irruppe nell’aria, impregnandola per un attimo di ioni e una carica elettrostatica si diffuse rapidamente, scemando in pochi istanti.

Dan sbuffò e sollevò il bavero del soprabito di pelle, che la faceva sembrare un’ombra in quel che restava della via principale della città. I capelli corvini le sfioravano le spalle ricadendo davanti il viso, coprendolo per una buona metà e lasciando in mostra solo il lato destro. La pelle chiara creava un contrasto evidente nella figura che avanzava con passo sicuro e senza alcuna fretta, incurante di calpestare i resti della distruzione ancora sparsi in giro, con una leggerezza che la rendeva silenziosa come un gatto. Sembrava non accorgersi neppure dei calcinacci e dei rottami metallici, con lo sguardo freddo e tagliente puntato dritto avanti a sé, il cui colore richiamava il cielo nelle sue giornate migliori: un grigio glaciale. Non era quello il caso, dato che sopra la sua testa svettava un empireo plumbeo, con pesanti nubi nere, tra le quali si insinuavano bagliori rosso arancio. Read more

La solitudine dell’uno

Immagine di "Engin_Akyurt" da Pixabay

Aveva sempre detestato i cambiamenti, persino le sorprese tendevano a irritarlo ed era così da quando aveva diciassette anni.

La prima brutta sorpresa fu beccare il suo migliore amico a farsi la sua ragazza. Il primo cambiamento: scoprire che il suo migliore amico si scopava la sua ragazza sentendone i pensieri.

Uno schifo!

L’acido gli aveva graffiato la gola, seguito dal senso di nausea nell’apprendere di essere considerato un coglione, a cui era divertente farla sotto il naso per gioco, niente di più. Quei pensieri gli rimbombarono nella testa per ore, insieme a mille altri non suoi, che erano rimasti imbrigliati in una rete intessuta di rabbia e apatia. Read more

Atto d’amore

Foschia

Lo stridio delle gomme, un rumore secco e un frastuono assordante. L’airbag che le esplose davanti alla faccia era l’unica cosa che riusciva a ricordare chiaramente, la prima ad aver assalito la sua memoria non appena riprese i sensi in ospedale. Con gli occhi aveva scrutato la stanza, confusa, senza riuscire a capire dove si trovasse, scorrendo i fili che dal braccio risalivano fino alle flebo. Non poteva parlare, la gola le bruciava. Le occorse qualche istante per realizzare di avere un tubo nell’esofago, che le consentiva di respirare. Read more